Un mesetto fa ho accompagnato una trentina di ragazzi della mia scuola una settimana in montagna.
Quando porti un gruppo su per i sentieri ti rendi immediatamente conto che ci sono diversi modi di camminare insieme.
C’è chi è preoccupato di arrivare alla meta per primo: sgomita, corre, fa a gara con gli altri per stare davanti, per mostrare le proprie qualità e superiorità.
C’è chi se ne sta in fondo, camminando piano piano per fare meno fatica possibile, e si lamenta in continuazione: perché la strada è troppo lunga, il pendio troppo scosceso, l’acqua troppo poca, la guida inesperta e i compagni di viaggio non sono nemmeno troppo simpatici…
C’è poi chi sta in mezzo, senza saper bene perché è parte della comitiva; cammina un po’ per inerzia, un po’ perché non ha alternative; sta bene attento a evitare di dare nell’occhio: mica che qualcuno lo rimproveri perché va troppo piano o lo noti perché è un po’ più veloce e gli chieda di star dietro a qualcun altro…
Una volta ero anch’io tra quelli che facevano di tutto per arrivare per primi. Oggi, un po’ perché gli adolescenti ormai mi battono in prestazione, un po’ perché da educatore mi devo preoccupare che nessuno resti indietro, il mio posto è più spesso in fondo alla fila, accanto a quelli che fanno fatica, che non hanno più voglia e si fermano ogni due per tre…
È faticoso stare in fondo, perché non riesci a prendere il passo, vorresti andare ma c’è sempre qualcuno che ti blocca, vorresti goderti la passeggiata ma c’è sempre qualcuno da su/opportare…
Credo però sia una delle palestre e delle metafore più azzeccate della vita cristiana.
Cosa significa infatti essere discepoli di Gesù se non, come lui, scegliere di camminare non da soli ma insieme; di essere tra gli uomini quelli che si preoccupano che nessuno resti indietro. Quelli che passando accanto a chi non ha più forze per proseguire vedono, ne hanno compassione, si fanno vicino, se ne prendono cura.
Gabriele
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