Oggi il vangelo ci presenta il Regno di Dio come una festa di nozze. Un invito a nozze, è un qualcosa di straordinario, è una dichiarazione di amore così grande tra due sposi al punto tale che viene fatta pubblicamente e per sempre: è la festa dell’amore per eccellenza. Ecco allora questo banchetto straordinario di cui ci parla la parabola, banchetto dove il Padre invita tutti gli uomini a partecipare della sua gioia, della sua vita, del suo amore.
Ma non tutti accettano questo invito ad andare alla festa e nonostante questo, Dio non si arrende, desidera con tutto il cuore che la festa sia fatta e, come dice il Vangelo, manda i servi a chiamare altre persone. Ma anche questi rifiutano l’invito perché hanno altro da fare di più importante come lavorare nei campi, pensare agli affari.
Quali sono i nostri “campi”, i nostri “affari” che ci impediscono di partecipare al banchetto nunziale?
Prova a pensare a tutti quegli interessi, attività e impegni che ci sembrano così importanti e necessari al punto tale da rinunciare all’invito che il Padre ci fa: andare a casa sua per essere felici.
Il re della parabola, che non vuole che la sala resti vuota, che vive per donare gioia condivisa, dice allora ai servi di andare per le strade e chiamare tutti gli altri. Il nostro Dio, quando è rifiutato, invece che mollare, rilancia e dice “Chiamate tutti!”. Cattivi e buoni, chiama tutti non perché ce lo meritiamo, ma ci chiama per farci diventare buoni, ad una condizione però: che indossiamo l’abito nunziale. All’epoca di Gesù, chi preparava un banchetto nuziale metteva a disposizione un guardaroba per gli invitati più poveri o che avevano dovuto affrontare un lungo viaggio. Non ci potevano dunque essere scuse.
Anche noi oggi indossiamo abiti belli ed eleganti per andare ad una festa di nozze o anche a messa la domenica. Ma guardate sotto il giubbotto, sotto il maglione, sotto la maglietta, guardate il vostro cuore.
Come è vestito il vostro cuore? E’ vestito d’indifferenza, di stanchezza, di noia, di capricci, di egoismi, di gelosie, oppure è rivestito di quella veste bianca che ci è stata messa il giorno del nostro Battesimo e che cresce con noi, che diventa una cosa sola con noi perché quella veste è Cristo?
Il nostro abito è Cristo. Cosa significa questo? Significa che dobbiamo fare nostri i suoi gesti, le sue parole, il suo modo di guardare, le sue mani, il suo modo di essere e di pensare, significa preferire quello che lui preferiva. Non è una cosa facile ma possibile.
Nella parabola, la prima parola che il re rivolge all’invitato senza abito nuziale è: “Amico”. Nonostante quest’uomo non abbia la veste, il re gli va incontro e lo chiama amico facendo così intendere quanto grande è ancora il suo desiderio di capirlo, di aiutarlo, di farlo partecipe del banchetto. Ma lui non risponde e così viene gettato fuori.
Il Re rappresenta Dio, quel Dio buono che ci chiama, ci aspetta, ci viene incontro, che fa di tutto perché possiamo vivere per l’eternità con lui, fa di tutto per invitarci alla festa della gioia però, siccome ci lascia liberi, dobbiamo volerlo anche noi.
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