In questo mese missionario di Ottobre diamo voce ad alcuni giovani bareggesi che hanno vissuto diverse esperienze con diverse realtà in giro per il mondo: iniziamo con Lorenzo e i Cantieri della Solidarietà di Caritas Ambrosiana.
Stiamo percorrendo le strade e le viuzze di Korogocho. Un odore pregnante di spazzatura bruciata, gas di scarico e fogna ci intasa le narici. Camminiamo ma, forse, è meglio dire che stiamo procedendo in avanti: le nostre menti e i nostri occhi sono totalmente presi da questo luogo. Siamo smarriti, almeno con i pensieri, nonostante ci circondino decine di visi incuriositi dai cosiddetti “wazungu” (bianchi/colonizzatori n.d.r.).
Svoltato l’angolo, eccola: Dandora. Irriconoscibile se non si stringono gli occhi, terribilmente chiara appena ci rendiamo conto che la discarica è “viva”, costellata di tante persone che si muovono alla ricerca di qualche pezzo di plastica, per guadagnare pochi scellini e sopravvivere alla giornata.
A Nairobi abbiamo visto anche questo.
Il progetto “I Cantieri della Solidarietà” di Caritas Ambrosiana, giunto alla ventiseiesima edizione, ha portato me e altri quattro ragazzi per venti giorni presso la capitale del Kenya, coadiuvati da due responsabili, reduci dal Servizio Civile Internazionale.
Il programma del viaggio prevedeva la permanenza in due comunità. La prima si chiama Napenda Kuishi Trust, gestita dai Missionari Comboniani: un rehab che accoglie ragazzi provenienti da alcune delle maggiori baraccopoli (slums) di Nairobi, i quali seguono un percorso di riabilitazione per uscire da varie dipendenze e ritrovare dignità nella propria vita.
Dopo circa dieci giorni, ci siamo spostati a Saint Josef Cafasso Consolation House, presso le Suore Missionarie della Consolata. La comunità è posizionata all’interno di Kamiti, un gigantesco “quartiere carcerario”. In questo enorme pezzo di città, cintato da filo spinato, sono localizzate la prigione di massima sicurezza, che dà il nome al complesso, il carcere di media sicurezza, il carcere minorile femminile di Kamae e maschile di YCTC e la comunità di Cafasso.
Inoltre, l’area è arricchita da scuole, case per le guardie e le loro famiglie, fattorie, negozi e piantagioni per rendere il luogo autosufficiente.
Con i ragazzi, di età compresa tra i 14 e i 22 anni, le attività che abbiamo proposto sono state le più svariate, in base ai loro impegni, ai desideri espressi e alle nostre inclinazioni.
Abbiamo suonato interminabili sessioni di “Bella Ciao” e la discografia di Ed Sheeran. Ci siamo destreggiati nel cucinare pizza, torte e i favolosi chapati, simili alle nostre piadine e incredibilmente amati dai ragazzi. E’ stato stimolante offrire lezioni di italiano partendo dai fumetti di Tex e rispondere a lunghe sessioni di domande riguardanti il nostro paese: i ragazzi non erano mai sazi di conoscere ogni minima curiosità dei wazungu.
Abbiamo partecipato alla messa domenicale, molto sentita in Kenya, e alla “nature walk”, cioè una interminabile marcia di chilometri e chilometri che, nonostante la fatica, è volata, tra una chiacchiera e l’altra.
Lo sport, infine, non è mancato. Dopo essere stati stracciati un paio di volte a calcio, abbiamo provato a essere battuti in gare di flessioni, esercizi con i pesi e partite di pallavolo e basket. Inoltre, abbiamo constatato che organizzare delle mini-olimpiadi in comunità era più facile a dirsi che a farsi.
Vincere o perdere, però, non era importante. Stare con i ragazzi ha creato dei momenti incredibili, complessi da spiegare a parole, perchè non era semplicemente “partecipare a qualcosa” ma era condividere il tempo insieme, così diversi e così uguali.
L’Africa ha il potere di suggestionare, in senso sia buono sia cattivo. Ogni giorno era una scoperta, ogni attimo era occasione per scoprire qualcosa di nuovo di noi stessi e delle persone che incontravamo.
Ci sarebbe così tanto da dire che non basterebbe un foglio, un’ora o un giorno intero. Tra noi “Cantieristi” una delle ultime cose che ci siamo detti è “come faremo a raccontare tutto questo?”.
Una strana magia dicotomica intercorre in noi: vorremmo dire, esprimere e urlare molte cose, ma, al contempo, l’idea di non dare abbastanza giustizia alle vite che abbiamo toccato e alle storie che abbiamo conosciuto ci fa sorgere un nodo in gola.
L’Africa ha uno strano potere su chi la visita. Proveremo a fare del nostro meglio per svolgere l’unico compito che piccoli missionari come noi possono fare: cercare di raccontare a più persone possibili, nel modo più degno, che laggiù abbiamo conosciuto la voglia di sognare, la complessità della vita e anche qualcosa di inspiegabile.
Il grande sentimento che ho portato a casa è sicuramente la gratitudine: verso chi mi ha permesso di scoprire una parte del mondo, verso i miei compagni di viaggio e verso coloro che ci hanno accolto, o anche solo a malapena sopportato, in Kenya. Come direbbero in buon swahili:
Asante sana (grazie mille)!
Lorenzo Farè
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