La bellezza è negli occhi di chi contempla

La fine del semestre, da Beirut a Milano

La fine del semestre, da Beirut a Milano

Anche quest’anno è finito il semestre all’Università American di Beirut, in Libano. Come negli ultimi due anni, non è stata un’impresa semplice.

Le già altissime tasse universitarie (essendo l’istituzione privata e frequentata dai figli dell’élite libanese) sono state riscosse in dollari e non in lira libanese, che oramai è carta straccia.

Questo fatto ha costretto alcune famiglie a rinunciare al semestre universitario, aspettando tempi migliori, nella speranza che si trovi velocemente un accordo tra il governo libanese e gli enti internazionali come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, affinché si sblocchino gli aiuti che possano  perlomeno frenare la caduta libera della valuta locale, oramai svalutata del 90% in  due anni.

Chi invece ha potuto permetterselo, magari indebitandosi, si è iscritto al primo semestre in presenza dopo un anno e mezzo di Covid-19. Alcuni miei studenti, già iscritti da tempo, vedono il campus universitario per la prima volta.

Anche in questo caso, si tratta di persone fortunate: per accedere al campus bisognava essere vaccinati, e gli studenti lo erano tutti. Non tutti i libanesi però lo sono: il vaccino è stato per mesi un lusso che solo chi poteva permetterselo riceveva, grazie a clientelismi, reti informali, favori personali.

Ma torniamo in università. Questo semestre ho insegnato “Sufismo”, qualcosa di traducibile più o meno con “mistica islamica” a una classe di 20 studenti, di cui la maggior parte musulmana (ma  non mancavano drusi e cristiani maroniti).

È stato interessante notare che c’è molto analfabetismo religioso anche in Libano, in tutte le confessioni religiose presenti in classe; ancora di più, è stato bello percepire che c’è però tanta curiosità di capire, di rispondere a importanti domandi che un inusuale corso di “mistica” ti pone davanti.

In particolare, ho ammirato la costanza di questi ragazzi nell’impegnarsi in pensieri così astratti e d’altronde così urgenti in un Paese al collasso: le prime due settimane la benzina costava ancora troppo, e solo metà della classe riusciva a raggiungere il campus universitario; l’altra metà rimaneva collegata a distanza, affidandosi a un quanto mai precario e  debole segnale internet, sostenuto da un costoso generatore di corrente; la terza settimana abbiamo annullato la lezione per blocchi stradali e feroci proteste; il mese successivo abbiamo posticipato ben due incontri a causa degli  scontri a fuoco nel pieno centro di Beirut che hanno causato 7 morti e 32 feriti.

Durante gli esami finali, ho ricevuto due e-mail da parte di altrettanti studenti: il primo si scusava per non aver consegnato in tempo l’elaborato finale, ma lo zio era stato rapito da un gruppo armato e la famiglia aveva dovuto pagare un lauto riscatto per riavere il parente sano e salvo; il secondo mi comunicava che non poteva recarsi fisicamente all’AUB per la prova scritta, poiché un regolamento di conti fra famiglie non rendeva le strade molto sicure.

Notizie purtroppo confermate dai giornali locali, che mi ricordavano quanto prezioso sia insegnare e apprendere in serenità, in ambienti sicuri, agiati.

Da poco sono di nuovo in Italia.

Oggi, per l’esattezza, sono in un prestigioso collegio di Milano, a parlare di “Islam”. All’inizio le domande sono le solite: il velo, il jihad, la shari‘a, la radicalizzazione giovanile.

Poi le curiosità più profonde si fanno spazio. Pensavo di non trovare molto in comune tra i miei studenti libanesi e quelli che ho in fronte. Forse mi sbagliavo: entrambi sembrano non avere grandi conoscenze religiose, ed entrambi sembrano avere una grande sete di saperne di più, a tutti i costi, di alcune finezze teologiche che alla fine ci cambiano la vita. Non è molto, ma è già un terreno comune da cui partire.

R.

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